Qual è la durata di una psicoterapia?

Capita molto spesso che i pazienti arrivino nei nostri studi, chiamino o scrivano per avere informazioni su cosa sia una psicoterapia, come funzioni e soprattutto, quanto duri.

La rete pullula di articoli divulgativi su cosa siano le psicoterapie, quali siano gli approcci terapeutici, quali disturbi curino e quanto possano durare i vari percorsi possibili. Per ragioni assolutamente comprensibili agli addetti ai lavori ma un pò meno comprensibili ai possibili fruitori di una psicoterapia, tali informazioni non sono affatto univoche e chiare.

Le persone che si rivolgono a uno psicoterapeuta o che semplicemente valutano l’idea di poter intraprendere un percorso psicoterapico, oggi più che mai, sono molto spaventate dall’idea di poter “rimanere” in terapia per molto tempo. Questo accade in parte per ragioni economiche, in parte, probabilmente perchè molte persone che soffrono sentono l’ impellente (e comprensibile) bisogno di stare meglio prima possibile e fanno fatica a tollerare l’attesa.

La questione della durata di una psicoterapia è una questione molto complessa. Se vogliamo provare a renderla “semplice” (forse più semplice di quello che è) potremmo dire che la durata di una terapia dipende essenzialmente da due fattori: l’approccio terapeutico adottato dallo psicoterapeuta e (più ancora) le caratteristiche di funzionamento e di personalità del paziente.

Gli approcci terapeutici sono tanti e ognuno di essi, in maniera più o meno netta, “sposa” una visione del mondo, dell’essere umano e della cura. Ognuna di queste visioni fà si che si scelga di “lavorare” in terapia su alcuni aspetti anzichè su altri. Da questo deriva che alcune terapie (ad es. La terapia strategica o alcune terapie comportamentali) si concentrino, ad esempio, sulla risoluzione dei sintomi ed altre, invece, su un cambiamento nel funzionamento globale del paziente. E’ evidente che nel primo caso l’obiettivo terapeutico sarà più circoscritto e definito e la durata si propone di essere certamente più breve. Nel secondo caso, invece, l’obiettivo è più ambizioso e la durata dell’intervento sarà inevitabilmente più lunga.

Detta in questi termini, è evidente, per un paziente non ci sarebbe alcun motivo di non optare per una terapia “breve” dal momento che il più delle volte un paziente inizia una psicoterapia per via di un “sintomo”, che si tratti di un disturbo da attacchi di panico o una relazione di coppia che non funziona.

La realtà è che le cose, a nostro avviso, sono un pò più complesse di così ed è bene che i pazienti, prima di scegliere una terapia piuttosto che un’altra per via della durata, siano a conoscenza di questa complessità.

I “sintomi” che i pazienti portano in terapia non sono elementi di disturbo che vanno semplicemente ridotti e “curati”. I sintomi sono segnali che qualche cosa nella vita del paziente o nel suo funzionamento psichico non sta andando come dovrebbe. Vediamo di spiegare come e perchè.

Per qualche tempo ho seguito in terapia una giovane donna che aveva cominciato a soffrire di ansia sociale particolarmente intensa nel contesto lavorativo subito dopo la nascita del suo primo figlio. Il lavoro terapeutico ci aveva portato a comprendere che la nascita di questo figlio così tanto desiderato aveva scatenato nella paziente un senso di incapacità di fare fronte ad una responsabilità che lei stessa sentiva essere più grande di lei. Sul lavoro, dunque, sentiva più forte la paura di non essere all’altezza e fallire perchè il fallimento avrebbe potuto significare la perdita del lavoro e dunque l’impossibilità di fare fronte alle sue responsabilità di madre.

Questa paziente, inoltre, faceva molta fatica a chiedere aiuto al suo compagno e aveva tagliato i ponti con la sua famiglia d’origine. Il sentimento di “non essere all’altezza” e la “paura di fallire” erano cose apprese e interiorizzate dalla mia paziente nel corso della sua storia di vita. Il compagno della donna, come in un incastro perfetto di ruoli e di storie, faceva a sua volta molta fatica a “sentirsi” padre e ad assumersi le responsabilità del prendersi realmente cura di qualcuno facendo scelte anche difficili per sè stesso ma utili per il benessere familiare. L’ansia sociale della mia paziente non era altro che un campanellino d’allarme del fatto che le cose non stavano funzionando e che lei non riusciva più a reggere la tensione. L’evidenza di ciò fu data dal fatto che, una volta compresa la vera origine dei problemi e lavorato su di essi, l’ansia sociale scomparve.

Il caso clinico che ho citato ha solo la funzione di aiutare il lettore a comprendere che un sintomo significa molto più di quanto immaginiamo e, di conseguenza, la sua eliminazione senza averne prima compreso le cause è molto rischiosa. Capita spesso che arrivino in terapia pazienti trattati in precedenza con terapie “brevi” e con buoni risultati (nel senso di risoluzione dei sintomi) che però a distanza di poco tempo sviluppano nuovi sintomi lievemente differenti da quelli iniziali.

Perché questo accade?

Perché un sintomo può facilmente essere eliminato grazie ad una serie di tecniche “ad alto impatto” e questo è un bene. Il problema è che se non si è compresa la vera natura di quel sintomo, la sua origine nel passato, la sua funzione nel presente e non si è lavorato sulla rielaborazione cognitiva ed emotiva degli eventi che lo hanno determinato, il sintomo eliminato efficacemente e in tempi brevi quasi certamente si riproporrà, magari con una nuova veste.

La comprensione di un sintomo e delle sue cause e il processo di rielaborazione e desensibilizzazione degli eventi traumatici che lo hanno scatenato è un processo più o meno complesso che ha una durata estremamente variabile. Esistono pazienti con un buon funzionamento complessivo e con sintomi insorti di recente che hanno bisogno di pochi mesi di terapia ed esistono pazienti più complessi con storie sintomatiche di lungo corso per i quali occorre qualche anno. Sebbene buona parte delle terapie abbia un inizio e una fine, esistono poi pazienti particolarmente compromessi per i quali la terapia rappresenta una sorta di “stampella”, un supporto del quale avranno bisogno per tutta la vita, questo perchè hanno alle spalle storie gravemente traumatiche che gli hanno impedito di sviluppare alcune funzioni psicologiche di base.

In questo senso, a nostro avviso, è impossibile stabilire che una terapia “breve” funzionerà sempre e comunque per tutti i pazienti. Allo stesso modo, è impossibile sapere con certezza che una terapia “lunga” sia davvero la più utile per tutti pazienti.

Dipende.

A molti pazienti che contattano il nostro Centro per ricevere informazioni questa risposta non piace e comprendiamo bene perchè. Il punto, però, è che questa risposta è, a nostro avviso, l’unica risposta onesta e seria che un professionista della salute mentale possa realisticamente dare specie prima di avere incontrato il suo paziente.

All’inizio di ogni percorso terapeutico, in genere, il professionista effettua un iter di 2/3 sedute di “ricognizione” nelle quali esplora la situazione del suo paziente, esamina le cause del problema e imposta un piano terapeutico personalizzato. Dopo avere concluso l’iter di assessment iniziale è possibile fare ipotesi più sensate e fondate su quale potrebbe essere la durata complessiva dell’intervento ma prima di questo noi riteniamo che qualsiasi indicazione data al paziente sia poco sensata e possa essere in molti casi fuorviante.

Dott.ssa Rosa Riccio