La Psicoterapia cognitivo comportamentale è efficace?

Una delle cose che negli ultimi 50 anni ha profondamente influenzato il modo di fare e di insegnare la psicoterapia è stato l’incremento della ricerca scientifica sull’efficacia delle psicoterapie.

Ciò che oggi abbiamo e che non avevamo fino a 50 anni fa è una mole enorme di pubblicazioni e di ricerche sull’efficacia dei vari tipi di psicoterapia a seconda dei disturbi trattati.

Buona parte delle terapie che hanno dimostrato empiricamente di avere successo nel trattare innumerevoli disturbi psicologici rientra all’interno delle cosiddette terapie cognitivo comportamentali. Come suggerito dal nome, la psicoterapia cognitivo comportamentale è rivolta ai “pensieri” dei pazienti. Osservando da vicino i nostri pensieri e le nostre convizioni possiamo scoprire quali sono i meccanismi della nostra mente che ci tengono “sotto scacco”. Inoltre, la psicoterapia cognitivo comportamentale si rivolge ai comportamenti, nel senso che è finalizzata ad un cambiamento dei comportamenti disfunzionali o, per meglio dire, delle “cattive abitudini”. La psicoterapia cognitivo comportamentale basata sulla mindfulness rappresenta poi la “terza ondata” nel mondo delle psicoterapie cognitivo comportamentali. La minfulness, molto brevemente, ha a che fare con l’esercitare la nostra capacità di essere presenti a noi stessi in qualsiasi momento. Quando viviamo completamente nel presente riusciamo a essere davvero consapevoli e riusciamo davvero a distaccarci dal nostro giudizio sulle cose, in particolare quel giudizio che a volte ci fa stare male.

La psicoterapia cognitivo comportamentale è davvero efficace?

Molti detrattori della Psicoterapia cognitivo comportamentale sostengono che il processo terapeutico è qualcosa di difficilmente oggettivabile e studiabile con i metodi della ricerca scientifica tradizionale e dunque è inutile fare ricerca sull’efficacia delle psicoterapie. Per chi condivide queste posizioni è impossibile stabilire con certezza se la psicoterapia cognitivo comportamentale sia efficace o meno.

Questo, secondo noi, è condivisibile solo in parte. Come ci sentiremmo se fossimo ammalati di cancro e il nostro medico ci dicesse che la ricerca scientifica sulla nostra malattia non è possibile e che dunque ci si può basare solo sulla propria esperienza clinica e non su dati validati sulla popolazione? Probabilmente questa risposta ci lascerebbe un pò perplessi.

I pazienti hanno bisogno dei trattamenti migliori e un trattamento può essere definito “migliore” solo sulla base di una qualche forma di validazione empirica.

L’efficacia della psicoterapia cognitivo comportamentale è stata dimostrata attraverso una serie di meta analisi, ovvero studi che hanno preso in esame numerose altre ricerche condotte negli anni precedenti, ne hanno estrapolato i risultati e li hanno confrontati e combinati giungendo a conclusioni univoche (in bibliografia citiamo tre di queste meta-analisi, le più significative, a nostro giudizio). In ognuna di queste meta-analisi è emerso che la psicoterapia cognitivo comportamentale è efficace nel trattare un notevole numero di disturbi. Queste ricerche non sono state condotte da semplici “seguaci” del modello cognitivo comportamentale ma da ricercatori; sono ricerche controllate, i dati analizzati sono sufficienti e i risultati (ripetuti) parlano da soli: la psicoterapia cognitivo comportamentale funziona.

La psicoterapia e la psichiatria sono discipline scientifiche e come tali devono basarsi su dati scientifici. Non possiamo, da terapeuti, basarci solo sull’aneddotica, sulle testimonianze o sui casi singoli nel guidare le nostre scelte cliniche.

Se, dunque, la buona notizia è che la psicoterapia cognitivo comportamentale ha, oltre ogni ragionevole dubbio, dimostrato di essere una tra le psicoterapie più efficaci se non la più efficace in assoluto, la cattiva notizia, però, è che buona parte dei potenziali utenti non lo sa. Buona parte della popolazione che oggi si affaccia al mondo delle psicoterapie e che chiede aiuto per un problema psicologico, non sa che esistono protocolli validati ed efficaci specifici per molti disturbi. Questo è davvero molto triste, se pensiamo a quante vite potrebbero cambiare se le persone ricevessero il giusto trattamento. E’ evidente che la psicologia ha moltissima strada da fare, specie da un punto di vista di divulgazione, promozione e diffusione dei dati della ricerca scientifica internazionale.

Per quali disturbi è efficace la psicoterapia cognitivo comportamentale?

Alcuni sostengono che l’approccio cognitivo comportamentale sia “semplice” e possa trattare solo disturbi cosiddetti “minori”. L’evidenza in letteratura è che la psicoterapia cognitivo comportamentale sia efficace nel trattare i seguenti disturbi: Depressione, Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD), Fobia Sociale, Disturbo di Panico, Ansia Generalizzata, Stress Coniugale, Fobie Specifiche, Disturbo Ossessivo Compulsivo, Distimia, Abuso di sostanze, ADHD, Disturbi Alimentari.

Inoltre, la psicoterapia cognitivo comportamentale ha dimostrato di avere effetti benefici e di essere una buona integrazione di altre terapie (principalmente farmacologiche) per: il Disturbo bipolare e la Schizofrenia. La psicoterapia dialettico comportamentale (DBT) di derivazione cognitivo comportamentale elaborata da Marsha Linehan ha ricevuto il maggior numero di validazioni empiriche per il trattamento di pazienti con disturbo borderline di personalità rispetto a ogni altro trattamento psicologico e ha evidenziato un miglioramento significativo nei soggetti trattati anche in termini di minori ospedalizzazioni, riduzione del tasso suicidario e di atti parasuicidari e autolesivi

La psicoterapia cognitivo comportamentale va “alla radice” del problema o ne cura solo i sintomi?

La psicoterapia cognitivo comportamentale non si concentra solo sulla manifestazione più esplicita del problema, ovvero il sintomo (l‘attacco di panico o la crisi depressiva) ma va oltre. Dietro ogni sintomo c’è una persona con dei pensieri, delle emozioni, degli schemi disfunzionali di pensiero e di comportamento. Dietro ogni sintomo c’è una storia, una storia di vita, una storia familiare e spesso dei traumi. Senza una comprensione piena e completa della propria personale storia è pressochè impossibile arrivare ad una risoluzione totale (e soprattutto stabile e duratura) dei sintomi. Addivenire ad una comprensione e ad un’accettazione emotiva piena della propria storia personale, di cosa è andato bene e di cosa non è andato bene è un traguardo importante che molti pazienti credono di avere in parte già raggiunto quando arrivano in terapia. Nella realtà accade invece che molti “pezzi” di quella storia siano stati persi per strada, dimenticati, rimossi e che si tenda a trattenere una versione delle cose che poi si rivela essere ben diversa dalla realtà. La terapia consiste anche in un lavoro di ricostruzione emotiva e cognitiva delle cose così come sono andate davvero.

Butler, A.C., Chapman, J.E., Forman, E.M., & Beck, A.T. (2006). The empirical status of cognitive-behavioral therapy: A review of meta-analyses. Clinical Psychology Review, 26(1), 17-31.

Chambless, D.L., & Ollendick, T. H. (2001). Empirically Supported Psychological Interventions: Controversies and Evidence. Annu. Rev. Psychol, 52, 685-716.

Tolin,D.F., Is cognitive-behavioral therapy more effective
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https://www.psychologytoday.com/blog/matter-personality/201111/the-limits-cognitive-psychotherapy