Le (ulteriori) 4 cose che un paziente si aspetta dal suo psicoterapeuta ma che un bravo psicoterapeuta non dovrebbe mai fare

Sul blog di Cantù Psicologia, la scorsa settimana, è stato pubblicato un articolo riguardante le cose che un paziente si aspetta dal suo psicoterapeuta ma che uno psicoterapeuta, in realtà, non dovrebbe mai fare (http://www.cantupsicologia.com/articolo/le-4-cose-che-un-paziente-si-aspetta-dal-suo-psicoterapeuta-ma-che-un-bravo-psicoterapeuta-non-dovrebbe-mai-fare/). L’articolo in questione ha riscosso un buon successo e che ha suscitato un certo dibattito tra gli addetti e i non addetti ai lavori.

Nel terminare di scrivere l’articolo in questione ci siamo prontamente resi conto che l’elenco delle cose che un paziente si aspetta dal suo psicoterapeuta ma che uno psicoterapeuta non dovrebbe mai fare è ben più lungo di quanto avessimo immaginato inizialmente. Probabilmente questo elenco non è facilmente inseribile all’interno di un unico post (probabilmente nemmeno di due). Così abbiamo cercato di approfondire la nostra riflessione sulle aspettative dei pazienti nei confronti degli psicologi e degli psicoterapeuti e abbiamo cercato di ampliare la “lista” dei “falsi miti” in materia di psicoterapia che molti (moltissimi) utenti che si accingono ad iniziare una psicoterapia hanno.

Vediamo dunque insieme quali sono queste 4 ulteriori cose che i pazienti si aspettano dai propri psicoterapeuti ma che gli psicoterapeuti debbono astenersi dal fare altrimenti rischiano di non essere granchè “terapeutici” per gli stessi pazienti.

Indulgere nelle rassicurazioni

Rassicurare qualcuno quando soffre molto è un istinto quasi naturale. Quando un paziente è in una fase di estrema e acuta sofferenza è naturale volerlo rassicurare. Fino ad un certo punto, le rassicurazioni, hanno un senso in psicoterapia. Alcune forme di psicoeducazione, in fondo, assolvono questa funzione ovvero quella di spiegare e informare i pazienti su qualcosa (il loro disturbo, il loro funzionamento psichico) e così facendo rassicurarli e tranquillizzarli. Oltre un certo, punto, però, rassicurare un paziente è fortemente controproducente e antiterapeutico. Vediamo perchè. Da un lato, con la rassicurazione si tende a “lenire” un dolore senza però comprenderne il senso. Dire a qualcuno : “stai tranquillo, è successo già tante volte, vedrai che passerà” vuol dire tentare di sollevare qualcuno dal suo dolore senza però aiutarlo a capire cosa quel dolore ha da insegnare e come lo si può “gestire” in maniera consapevole. Dall’altro lato, una seduta intera basata solo su un intervento di rassicurazione da parte del terapeuta, non può in alcun modo essere terapeutica perchè rischia di veicolare al paziente il messaggio che il suo dolore “deve andare via”. In psicoterapia, in realtà, è molto più importante che i pazienti apprendano a sopportare il dolore e imparino a vivere tutte le loro emozioni senza paura e senza giudizio.

Dire al paziente “E’ tutto normale”

A volte, nel tentativo (di nuovo) di rassicurare i nostri pazienti che soffrono e che sono spaventati dai loro disturbi, noi terapeuti commettiamo l’errore di dire loro che i disturbi di cui soffrono sono una cosa “normale”, che chiunque al posto loro e nella loro situazione avrebbe, ad esempio, sviluppato un disturbo di panico, una depressione, un disturbo alimentare. I nostri pazienti ci riportano spesso condizioni di vita davvero difficili, storie familiari molto tristi e sviluppano spesso i loro disturbi in concomitanza con eventi luttuosi o comunque molto dolorosi. In queste circostanze il terapeuta è spesso tentato dal dire al paziente che in quelle circostanze così dolorose “era normale” sviluppare una qualche forma di disagio psicologico. E’ ovvio che il tentativo è quello di tranquillizzare il paziente ma, in qualche modo, quello che noi gli stiamo dicendo non è reale. Tutti gli esseri umani soffrono a seguito di un evento doloroso ma non tutte le persone, a seguito di un evento doloroso, sviluppano un disturbo psichico. Se lo sviluppano è per un complesso mix di fattori biologici, psicologici e sociali. Se lo sviluppano è per via della loro storia personale e di quella che hanno scritta nel dna. Se diciamo ad un paziente che è normale in seguito ad un evento doloroso che un individuo sviluppi un disturbo psichico lui probabilmente ci crederà, dal momento che noi siamo gli esperti e lui si fida di noi. In questo modo, però, non solo gli avremmo detto una verità parziale ma soprattutto lo avremo convinto del fatto che sono gli eventi a determinare il nostro modo di sentirci e che, dunque, noi non possiamo avere nessun controllo su come ci sentiamo perchè è la vita a stabilirlo. Nulla di più “antiterapeutico”. E’ molto importante per un paziente comprendere cosa del suo personale modo di funzionare ha determinato l’insorgenza del disturbo in concomitanza dell’evento negativo. Solo così lui potrà imparare dalla “caduta” e rialzarsi.

Essere “amici” dei propri pazienti

Uno psicoterapeuta è un professionista della salute, a lui i pazienti raccontano cose profondamente intime e spesso gli psicoterapeuti sono gli unici al mondo a conoscerle. E’ abbastanza comprensibile e comunque diffuso che i pazienti abbiano la tendenza a volersi “avvicinare” affettivamente ai propri terapeuti e tentino di “spostare” la relazione terapeutica su un piano diverso, più amicale. Ebbene, il problema del rapporto tra psicoterapeuta e paziente è estremamente complesso e non lo affronteremo in toto certamente in questo post ma ciò che vogliamo sottolineare è che paziente e psicoterapeuta non sono amici, questo è un dato di realtà incontrovertibile. Spostare la relazione terapeutica su un piano diverso significherebbe, in qualche modo, “fingere” qualcosa che non c’è. I pazienti tentano di connotare il rapporto terapeutico in maniera amicale o personale quasi sempre perchè credono (senza averne consapevolezza, spesso) che così otterranno maggiore vicinanza affettiva e maggiore “calore” dal proprio psicoterapeuta. E’ probabile che il paziente adotti questa strategia non solo con il suo terapeuta ma anche con altre figure professionali (ed è molto interessante in terapia cercare di capire da dove viene questa modalità relazionale). In realtà il calore, l’empatia e la vicinanza esistono già all’interno della relazione terapeutica e non è necessario il “cappello” dell’amicizia.

Svelarsi troppo

A volte i pazienti si aspettano dai propri psicoterapeuti che esista una sorta di reciprocità di scambi personali tra loro e vorrebbero sapere molte cose relativamente alla vita personale del proprio psicoterapeuta. Questa curiosità è abbastanza diffusa e fino ad un certo punto comprensibile. Tra un paziente e il suo psicoterapeuta si instaura un rapporto di intimità emotiva tale che può accadere che il paziente abbia voglia di sapere qualcosa di più rispetto al suo terapeuta. Il rischio, però, se il terapeuta collude con questo bisogno del paziente, è quello di spostare la relazione terapeutica su un piano amicale /familiare che non è, però, reale e dunque mina fortemente il buon funzionamento della terapia. Ogni terapeuta svela qualcosa di sè solo quando sa che quello svelamento può aiutare il paziente. Uno psicoterapeuta, dunque, corre il rischio di spostare la relazione terapeutica su un versante errato e racconta episodi della propria vita o cose che lo riguardano personalmente solo quando sa che il paziente ne trarrà beneficio clinico, solo quando sa quell’intervento è utile al paziente.